Artemio tra sguardi e silenzi   Appunti di un cammino disarmante   Catalogo opere
   

Appunti di un cammino disarmante
di Alessandra Oradei
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Come ha avuto inizio tutto?

Ricordo ancora lo stupore sul volto delle persone che non avevano creduto alla profezia di Artemio: A quarant’anni diventerò un artista! quando si presentò al pubblico con la sua prima mostra personale di sculture in pietra, marmo e legno.

Apparvero come nate dal nulla Grazia, Eva, Marzia, Alba, Chiara e l’indimenticabile Flora, volti di donne, espressivi, arcaici, impenetrabili, classici eppure moderni.

Eva, in pietra arenaria, è la prima scultura di Loretelli, un viso di donna dal sorriso appena accennato, cui Cinti dedicò una bella pagina definendola “La donna, la Prima, la Tutta-formata, Creatura e Matrice, Corpo e Fessura, Terra, enigma della luce raggrumata nella durezza dell’inorganico…poesia del fare” (in Artemio Loretelli, Sculture 1997-1999, p. 27).

Apparvero Pudore, Metamorfosi, Maternità, Torso. In tanta bellezza, armonia di forme, incanto, tre, quattro opere inquietanti: Il filosofo, Il soffio, Il silenzio, Lo sguardo.

Ricordo gli interrogativi che mi posi allora: Lo Sguardo è la testa di un uomo rinchiuso in un elmo, in un copricapo che gli cela anche gli occhi. E’ un uomo che non può guardare o è un uomo che non può essere visto? Il Silenzio è la testa di una donna con una museruola aggettante e tagliente.

E’ una donna che non può parlare o una donna pronta ad aggredire?

E quale dialogo può esistere tra uno Sguardo che non vede e un Silenzio che urla?

In principio dunque furono visi a rappresentare un universo di uomini e donne tra loro distanti impossibilitati a comunicare.

Venne la prima committenza pubblica, il Comune di Pergola gli chiese di realizzare un busto in bronzo, di Don Giovanni Carboni, da destinare al Museo dei Bronzi dorati.

Per la prima volta l’artista si trovava ad avere a che fare con il bronzo, sperimentò e fu un successo.

Da quell’anno, 2002, Artemio volse poi la sua ricerca ai corpi, di donna, interi, continuò ad utilizzare la pietra, il legno, di cedro, di pero, di ciliegio ma soprattutto il bronzo.

In bronzo, realizza opere in piccolo formato utilizzando il sistema della cera persa, la modella in una sorta di blocco che viene poi scolpito come fosse legno o marmo. La scultura, diceva Michelangelo, sta nel “levare”, non nell’aggiungere. Artemio preferisce scolpire piuttosto che modellare. La forma d’arte scelta per i bronzetti è il nudo, i soggetti sono figure femminili in vari atteggiamenti, in piedi, sedute, distese.

Sono forme reali ma idealizzate, armoniche, energiche, suscitano un vago sentimento erotico.

Sono esseri fisicamente femminili ma animate da uno “spirito guerrier”, non anime gentili, sottomesse, materne, passive, piuttosto donne fiere, attive, impavide, volitive, eroiche, donne in cui la componente maschile prevale.

Sembrano sorelle ma nessuna è uguale all’altra. Poche hanno volto scoperto, labbra pronunciate, nasi forti, lunghi capelli. Molte hanno la testa racchiusa in un copricapo, una sorta di elmo senza visiera che non lascia intravedere nulla del volto che possiamo solo immaginare.

Alcune sono chiuse, in posizione fetale, raggomitolate su se stesse, come un seme, come un bimbo che dorme, come chi vuole stare da solo, chiuso in un proprio dolore, in una riflessione per cui non esiste un fuori, soltanto un dentro.

Altre figure sono in piedi, fiere della propria bellezza, della propria forza interiore.

Altre sono esplicitamente erotiche, invitanti, colte nell’atto di procurarsi piacere o di indurti al piacere.

Gli Sguardi continuano a guardare.

Nel 2003 Artemio espone delle fotografie del Carnevale di Venezia

Verrebbe da pensare che non siano da citare in questo contesto ma chi le ha scattate non è un fotografo di professione, è un artista, uno scultore che, tra l'altro, è un appassionato di fotografia.

Con l'occhio dell'artista vede qualcosa che alla gente comune sfugge, vede in un altro modo,...con le mani. Se si percepisce con le mani, oltre che notare forme e colori, bellezza e bruttezza, armonia o contrasto si può andare oltre, dare un idea di liscio o poroso, morbido o duro, leggero o pesante, pungente o arrotondato.

Col genio dell'artista può andare anche oltre, non accontentarsi di immortalare un costume, di fermarsi alla facciata, all'apparenza, può mirare allo sguardo... spogliare la maschera, annullarla e cogliere l'uomo. 

Loretelli, lo scultore delle donne, anime, in realtà, nude, bellissime, ripiegate su se stesse, addormentate o leggiadre, pensose, pudiche o sfacciate, lo scultore che chiude bocche, copre occhi, fa indossare elmi, nelle fotografie cerca gli occhi, i famosi “occhi specchio dell’anima”.

Nella Pasqua del 2004 al Castello di Frontone, Artemio espone nella sua decima mostra personale, un saggio del proprio percorso d’artista: sculture realizzate a partire dal 1997 fino ad allora, scolpite o modellate nei più svariati materiali.

In comune le opere di Artemio hanno un’assenza: mancano di disegni preparatori, di bozzetti; a volte l’artista ha ideato un progetto ma poi questo non è stato realizzato o è diventato tutt’altro.

Come se l’opera si facesse da sé, come se il materiale nascondesse in sé una forma che si andasse svelando lentamente, come se l’artista andasse liberando un’idea “dal suo soverchio”.

Luce dei miei occhi, ad esempio, è un’opera che ha avuto un tempo di realizzazione lunghissimo, considerato che è in legno di ciliegio, ad altezza naturale; lo scultore aveva in mente una donna vestita ma la forma che ne è uscita è uno splendido nudo, quel tronco di ciliegio nascondeva questa forma, non un'altra.

E’ presente, in tre versioni, (Guerriero, 2002, pietra arenaria; Lo sguardo, 2002, pietra arenaria; Senza titolo (Lo sguardo) 2004, terracotta patinata) un’opera emblematica di Loretelli, un soggetto ricorrente, un leit motiv, una firma: un volto androgino cui non è dato vedere gli occhi, celati da un copricapo finemente elaborato.

E’ presente una versione di Il Silenzio (1999, gesso dorato), un’opera a doppia interpretazione, che può comunicare:-Non smetterò di gridare soltanto perché mi hai messo un bavaglio di ferro/tu non vuoi sentire ciò che ho da dire/ma io parlo/costretta al silenzio/tacendo/dico molto di più che con le parole- oppure se interpretata in modo attivo può essere intesa come estremamente aggressiva, una donna che può ferire, armata di un’accetta che è tutt’uno col suo volto.

Per la prima volta vengono esposte delle terrecotte, materiale inedito dello scultore.

Ricordo: Non ti muovere. Forse era senza titolo ma mi fece pensare alla sfortunata protagonista del libro omonimo della Mazzantini, una creatura fragile, indifesa, toccante.

Ricordo di aver sentito che da questa mostra si usciva “nutriti”, perché le opere di Artemio parlano ad ognuno di noi e possono essere apprezzate con i sensi, la mente e il cuore.

Nel 2005, a Fano, presso la Rocca Malatestiana, Artemio ha partecipato alla 58 ° Rassegna d’Arte Accolta dei quindici: con Omaggio a Mapplethorpe.

In quella occasione Artemio, fotografo, pittore, architetto, soprattutto scultore, rendendo omaggio a Mapplethorpe, ha trasformato delle fotografie in scultura realizzando un desiderio segreto dell’artista: “Se nascevo qualche centinaio di anni fa, forse sarei stato uno scultore. In fondo la fotografia è un modo più sbrigativo per fare scultura” (cfr. Robert Mappletthorpe e l’eros: il corpo sublime, di Judith Lange, in Eros e fotografia…2003).

Non stupisce, nel percorso di Artemio, un omaggio a Mapplethorpe: Infatti “Benché il suo eros si manifesti prevalentemente nei nudi maschili…vi sono delle eccezioni al femminile: Patti Smith, sua compagna e musa ispiratrice…e Lisa Lyon, la prima campionessa mondiale di Body Building femminile…Lisa, che aveva fatto del suo corpo un’opera d’arte e che incarnava l’ideale androgino dotato insieme di forza maschile e grazia squisitamente femminile, sarà la sua modella preferita per due anni, tra il 1980 e il 1982…”(Ibidem).

Lisa incarna anche l’ideale androgino di Loretelli, come è detto sopra, tuttavia la scultura femminile a torso nudo, con velo drappeggiato attorno ai fianchi, si ispira alla fotografia di Sonia Resika, del 1988 (pubblicata in Eros e Fotografia. Roberth Mappletorpe, a cura di Judith Lange, p. 31).

Il pezzo veramente sorprendente, ironico, originale, è comunque un insolito vaso ispirato alle fotografie di Donald Cann, 1982 (Ibidem, p. 15) e Derrick Cross, 1983, (Ibidem, p. 47), modelli black, che erano ”trattati come bronzi antichi con luminescenze straordinarie” e che Loretelli ha ricreato alla perfezione. Mapplethorpe avrebbe sicuramente apprezzato che le sue fotografie fossero trasformate in una scultura a forma di vaso per fiori, lui che affermava “Se fotografo un fiore o un pene non faccio niente di diverso” (Cfr. Robert Mapplethorpe fotografie, catalogo della mostra al Centro di Documentazione di Palazzo Fortuny a Venezia, a cura di Germano Celant, 1983).

In quegli stessi giorni, a Pergola, (24 luglio-15 agosto 2005) si apre la mostra dal titolo Artemio Loretelli: La scultura, sguardo senza limiti

Quando esce la locandina, Vittorio Sgarbi compare a Pergola, di notte, rintraccia Artemio e si fa aprire i locali della mostra per vedere la scultura in questione.

Si tratta di un bassorilievo in terracotta patinata, riproducente un uomo di spalle in cui “ le forme si tendono, le superfici sono scavate, mosse, le luci sbattono sui risalti, le ombre si addensano nelle rientranze raggiungendo alta drammaticità”. Per questa scultura sono fuori luogo termini come naturalismo, idealismo, armonia e bellezza, viene piuttosto da fare riferimento all’espressionismo, nel senso di una deformazione cosciente della realtà che non è più come appare ma come la sente l’autore. E’ espressione di un vissuto di sofferenza, di angoscia, paragonabile alla vertigine che si prova guardando dall’alto nella profondità o dell’uomo che guarda nell’abisso di se stesso.

Ciò che è alle spalle è il nostro vissuto, ciò che abbiamo patito, le ferite che ci sono state inferte, i pesi che abbiamo sopportato. Non a caso è di spalle, Artemio direbbe, “E’ di spalle perché la fotografia di Mapplethorpe che ho scelto è così”. Non a caso è di spalle; spesso, quando si chiede ad una persona in psicoterapia di rappresentarsi, quella si ritrae di spalle perché sta guardando dentro se stessa. Artemio si è sempre curato da sé e sembra aver trovato nell’Arte le risposte e i rimedi al mestiere di vivere: creare, impiegare le proprie energie nel lavoro, godere della bellezza e non rinunciare al piacere.

Per affrontare nel migliore dei modi la vita, da adulti, occorrerebbe avere, da bimbi, dei buoni riferimenti genitoriali, per essere fiduciosi e sicuri occorrerebbe aver goduto di un amore incondizionato, di una buona madre. Pochi in realtà sono così fortunati.

Sembra esserlo l’unico bambino in mostra. E’ sorprendente trovare, nella produzione di Artemio, una Madre con Bambino e scoprire sotto i copricapo, patinati in metalcromo, un sorriso. Sorride la madre, con le gambe ben piantate a terra così da fornire un appoggio sicuro. Puoi fidarti di me, sembra dire al figlio, io ti amerò in ogni modo, io ci sarò per te e ti proteggerò, vai pure incontro alla Vita fiducioso. E’ una madre ma è anche donna, sembra star bene con se stessa e vive con passione la vita (colore rosso). Il bimbo sorride, protetto dall’elmo, lui gode di un attaccamento sicuro.

Nel 2005 gli viene commissionato il Busto del Cardinale Francesco Saverio Roberti; verrà portato in processione fino al Duomo, al pari delle Pale d’altare di Duccio da Buoninsegna o Simone Martini, con tanto di corteo e somme acclamazioni.

Tra il dicembre 2005 e il gennaio 2006 Artemio ha esposto, insieme ad altri autori, presso il chiostro superiore di San Francesco, alla terza rassegna d’arte contemporanea intitolata Dialogus, alcune opere figurative realizzate con matita copiativa. “Loretelli ha dato alla grafite la stessa elettrica vitalità espressiva che da scultore evoca nel legno di cedro, nella pietra rosa, nel marmo, nella terracotta, o nel bronzo, Ogni materiale tra le sue mani si fa, per entusiasmo panteista, muscolatura guizzante, freschezza e gaiezza del bambino, calore avvolgente dell’abbraccio materno, eleganza erotica” (Cristina Muccioli in Artemio Loretelli: Grafiturgia, p. 14).

Tra il 27 luglio e il 15 agosto 2006 Artemio partecipa, di nuovo, a Fano, presso la Rocca Malatestiana, all’Accolta dei Quindici, per il Sessantesimo anniversario della fondazione.

Sottolineavo allora i bei risultati ottenuti da Artemio, utilizzando la terracotta. Le prime opere erano apparse nel 2004, nella mostra a Frontone. E’ incredibile la maestria che Artemio dimostra ogni qualvolta si accosta ad una nuova tecnica. Prova, e da subito la padroneggia e l’esito è felice. Splendido il Torso femminile, vuoto, mutilo di braccia e testa e in sé compiuto. Efficace l’utilizzo, per la patinatura, di antichi sistemi: cera, olio di lino crudo, latte, con effetti coloristici notevoli.

Già nota è l’espressione di sentimenti o di qualità da parte dell’universo femminile creato da Artemio: Malinconia, Sconforto, Bellezza, Sfrontatezza, Grazia, Vitalità, Forza; nuovi appaiono la dolcezza di certi volti, l’abbandono di certi corpi, il sorriso.

A Pergola, intanto, si inaugura un’altra mostra, non sono presente all’inaugurazione. Arrivo a tarda sera. Ritrovo opere che conosco. Oramai anche quando mi reco in visita a casa dell’artista entro in punta di piedi. Mi sembra di entrare in un tempio popolato da dee, uscite dalla testa del creatore come Atena da Zeus. Tra tutti quegli esseri, terreni e non, rimango senza parole davanti ad Azzurra.

E’ in bronzo quasi a grandezza naturale, è viva, palpitante, sta per alzarsi da terra da cui si stacca con le mani e con le dita dei piedi, è nuda e bendata, strepitosa. Le manca solo la parola.

Sempre nell’estate del 2006, a Monterolo, Artemio partecipa ad una esposizione all’aperto.

Non sono presente all’inaugurazione. Mi reco in una tarda serata a visitarla. Il paese sembra disabitato. Regna il silenzio. All’improvviso vedo “Luce dei miei occhi”, mi chiedo come si sia fidato Artemio ad abbandonare lì una delle sue creazioni più amate, poi capisco. Non è sola, la vegliano un Guardiano, un Guerriero, uno Sguardo. Mi sembra di essere entrata in un luogo sacro alla religione animista, mi sembra di trovarmi di fronte a dei totem. Mi sento spaesata, trasportata altrove, emozionata, profondamente toccata.

Mi sovviene un Angelo in terracotta che si trova al Cimitero di Pergola. E’ accovacciato, ricorda un indio in posizione di guardia, tiene in mano una coperta, sorride lievemente, è vigile, sorveglia il sonno eterno di un ragazzo: è un’opera di Loretelli.

Nel 2007 viene collocata nella Chiesa di San Francesco di Pergola una statua di Padre Pio.

Oggi, a dieci anni dall’apparizione della prima scultura di Artemio vengono esposti, al Museo dei Bronzi dorati di Pergola, circa trenta pezzi. Chi ha seguito l’autore conosce l’universo femminile di donne guerriere e volitive, conosce la bellezza e l’armonia delle forme. Conosce anche gli Sguardi, quei volti androgini, enigmatici e inquietanti, presenze silenti poste a guardia.

La novità è che quegli uomini e quelle donne un tempo lontani si sono studiati a lungo e oggi si abbracciano, si guardano, si toccano, si amano.

Così Artemio ci ricorda che, anche se gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, a volte si incontrano, possono fare a meno di elmi e museruole e abbandonare le armi.

 
 
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