Artemio. Tra sguardi e silenzi
Opere 1997-2007
di Marco Droghini
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La mostra “Artemio. Tra sguardi e silenzi” ripercorre dieci anni di attività (1997-2007) dello scultore Artemio (Artemio Loretelli). Saranno dunque presentati in una successione cronologica i pezzi storici più significativi, oltre certo gli ultimi lavori per la maggior parte inediti, del catalogo dell’artista che, generalmente, riguardano i temi del Silenzio e, soprattutto, dello Sguardo. Proprio tra gli sguardi e i silenzi avvengono importanti riflessioni sul fare arte, sulla difesa della propria identità e sulla formulazione di un significato profondamente interiore, senza limiti visivi, del guardare applicato alla scultura.
Quella della scultura è l’ultima tappa, indubbiamente la più sentita, del percorso artistico di Artemio iniziato circa trent’anni fa e scandito, tra gli altri, da un Artemio pittore, da un Artemio designer e da un Artemio fotografo. Prima di giungervi l’artista, in particolar modo durante un lungo periodo vissuto a Venezia, si è preparato profeticamente per il grande passo, ha guardato criticamente tutto ciò che era avvenuto e avveniva nel mondo dell’arte, ha aspettato.
D’altronde tale filosofia caratterizza anche l’operato del Nostro, vale a dire non semplice e banale produzione bensì mistica riflessione sul proprio ruolo di artista dove ogni gesto è lasciato alla rivelazione, cosa meravigliosa questa se comparata a quanto avviene oggi nell’isterilito mondo dell’arte. Il risultato è un autore profondamente immedesimato in quella che considera la forma espressiva più completa, arrivando spesse volte, addirittura, a forgiare personalmente gli strumenti da lavoro, a preparare come un alchimista d’altri tempi, quelli d’oro dell’arte, segrete patinature. Tutto è poi tradotto attraverso l’antico mestiere di fare scultura, offrendoci un’esecuzione di per sé preziosa e concretizzata sino ai giorni nostri con i materiali più classici (pietra, legno, bronzo, terracotta, gesso).
Artemio scultore si presenta con la mostra “Artemio Loretelli. Sculture 1997-1999” allestita a Pergola nel 2000. Per l’occasione furono esposte sedici opere (tredici pietre, due legni e un gesso) realizzate a partire dal 1997 quando il maestro, pur avendo in precedenza toccato la pratica della scultura, sente, vede la svolta che appare di un sapore figurativo. Le prime due sculture, delle teste, si caratterizzano da nomi simbolici riguardanti simile epifania estetica: Grazia (1997) ed Eva (1997). Sintomatico è anche il modo con cui Artemio celebra l'inizio di tale stagione: non attraverso la via più facile del modellare la forma aggiungendo materia bensì scolpendo la durissima, oserei dire intrattabile, pietra arenaria che nel pergolese prende il nome di “pietra di Montajate” dalla località presso cui viene reperita. Questo perchè Artemio è uno scultore fatto essenzialmente per modo di togliere, la via più filosofica cui giungere a svelare una verità. Artemio, dopo tanto averlo nascosto, ha così materializzato il suo concetto di bellezza attraverso un’esecuzione dimostratasi prorompente, senza fatica, frutto di una gestazione portata avanti fino ai quaranta anni, l’età in cui il Nostro ha sempre vaticinato che sarebbe diventato artista. Grazia nasce appunto non come chimerico modellare bensì come impellente bisogno di rivelazione: la natura ha offerto il blocco di pietra predisposto alla forma in cui è imprigionata la figura, un’anima come quelle che Artemio ricerca continuamente anche nelle persone, l’esecutore la Grazia per liberare lo spirito di una delle sue primissime sculture. Contemporaneamente lo spirito della Grazia si effonde ed ecco Eva, la progenitrice della tradizione biblica il cui nome vuol dire “vivere”. Eva, la madre, colei che ha aperto alla vita le sculture di Artemio, ha portato alla luce, parola quest’ultima tanto amata dall’artista, essendo essa stessa volto saturo di luce. Osservando attentamente la scultura ci si chiederà poi perché il suo esecutore non abbia spinto più a fondo lo scalpello, non abbia dato maggiore caratterizzazione ad una testa rimasta pressoché allo stato di blocco. La risposta è che la materia in eccesso, sedimentata a velare la corretta visione dell’opera, era quella tolta e basta. Andare oltre il limite cui ci si è fermati, anche se lo scultore aveva tutte le capacità tecniche e fisiche per farlo, significava fornire un’altra verità. Ma questo generarsi, uscire dalla pietra, è ben esplicitato in Metamorfosi (pietra arenaria, 1997) dove a trasformarsi, per svelare la forma che soltanto l’artista scorge nitidamente, è appunto l’informe in figurazione e non il materiale in altro materiale. Subito dopo la figura si allarga e nasce Busto di donna (1998) sempre in arenaria, oppure si scelgono altri tipi di pietre (pietra rosa) in Flora (1998) o materiali (legno) in Pudore (1999). Come non ricordare poi il Filosofo (marmo, 1999), uno dei pochi volti dichiaratamente maschili nella produzione di Artemio in cui si incarna il violento contrasto tra il dinamismo del gesto e l’immota pesantezza della pietra, ed Il Soffio (1999), l’ispiratore vitale.
Nel 1999, significativamente al passaggio tra due secoli, ancora meglio tra due millenni, Artemio annuncia il manifesto del suo pensiero con lo Sguardo ed il Silenzio. Attraverso tali opere il mondo figurativo risultato, nel biennio precedente, pressoché calmo vede l’ingresso impetuoso della concettualità. Copricapo (elmi) o museruole (ma anche bende) sono gli accessori di cui sono e saranno dotate le sculture che si fanno portatrici di significati fondamentali per il Nostro. Artemio appone così la sua chiara firma.
Nello Sguardo un alto copricapo, una guaina elastica a metà strada tra un elmo e un cappuccio, si adatta alla testa generando nella concezione generale una forma dalle linee pulite, esteticamente pura. Da questa emerge un volto ambiguo che non si capisce se sia di un uomo o di una donna, dunque non può essere altro che di una creatura androgina, universale e perfetta in cui non sussistono limiti sessuali. Scoperti rimangono però soltanto il naso e la bocca semiaperta che ci fa intuire uno stato di trance, d’introspezione mentale. L’unico elemento, attraverso cui possiamo immaginare qualcosa sulla personalità della figura, è il girocollo che sembra anche fissare lo strano copricapo alla testa, intrappola in una morsa chi si è prestato a questo gioco, di certo un soggetto sicuro di sé e, allo stesso tempo, estroso come fa intuire il ricciolo sulla punta. Un artista forse, uno scultore?
Nel Silenzio sono invece celate la bocca e le orecchie di quella che appare essere una donna. Rispetto allo Sguardo le cose si fanno qui più angoscianti per via di una museruola, una vera e propria scure corredata di spuntoni appuntiti, stretta intorno alla testa.
Ognuno di noi, a questo punto, è libero d’interpretare a suo modo le sculture in questione in cui gli elementi caratterizzanti, che fanno parte del bagaglio da designer del Nostro, sbarrano completamente il guardare con gli occhi ed il parlare con la bocca (ma anche il sentire) ispirando inquietudine, difesa personale, revival di un passato egizio o medievale, dunque oscuro, e, perché no, stimoli sessuali, sadomaso, oppure referenti al segreto poiché, effettivamente, quanti mai significati si attribuiscono a un diniego come può essere non guardare o non parlare rispetto a qualcosa di diretto?
Nel mio caso la spiegazione ho iniziato a trovarla molto addietro, nelle giovanili prove grafiche e pittoriche di Artemio, di fine anni ’70 - inizi ’80, in cui il protagonista è l’elmo proposto nei più svariati modelli ma senza la presenza della figura umana. É un oggetto che sopravvive da solo, in cerca di un modo di utilizzazione trovato anni e anni dopo. Emerge latente, tuttavia, il significato più ovvio adattabile a quello che sarà ossia di difesa, di ricerca d’invisibilità perché noi vediamo ma siamo anche visti, siamo circondati da tanti occhi benefici o malefici pronti a giudicarci. In poche parole un talismano come, tra i tanti, lo è l’elmo che sottrae Perseo agli sguardi e forma intorno a lui una nube protettrice chiamata “Elmo di Hades” perché, secondo un’interpretazione corrente nell’antichità, il nome di Hades significherebbe l’invisibile. Nascondere il corpo con degli indumenti speciali, nascondere soprattutto la testa con veli e maschere significa sottrarsi dall’ambiente sociale, togliersi fuori dalla vita normale, passare in un altro stato, in un altro mondo. In virtù di questa segregazione, una sorta di morte fittizia e di passaggio ad un’altra esistenza, gli individui possono essere considerati come degli spiriti, degli “invisibili”.
Con lo Sguardo, lo dice la parola stessa, Artemio affronta comunque una filosofica riflessione sul guardare, sulla vista cui fin dall’antichità è stata attribuita grandissima importanza (Platone, ad esempio, giudica l’uomo “un essere che considera ciò che vede”). Nessuno degli altri sensi ha tanto condizionato l’uomo sia nella vita materiale che spirituale. L’occhio, associato di norma alla luce, è difatti il canale principale attraverso cui l’individuo fa conoscenza del mondo e impara a dominarlo, manifesta i suoi sentimenti come la sua vita affettiva. Anche la formazione della personalità è intimamente legata all’occhio: esserne privi significa sprofondare nelle tenebre del nulla, della morte; esserne troppo provvisti vuol dire al contrario porsi al di fuori dell’esistenza, godere di onniveggenza. Il singolare copricapo dello Sguardo porta però a leggere in un altro modo la concezione della vista. Dal fuori dobbiamo passare al dentro, all’occhio interiore che, non bisognoso di una luce naturale per vivere perché è esso stesso luce, si nega all’osservazione del mondo esterno per aprirsi, pupilla del cuore, all’esperienza del sogno, della visione. Con l’occhio interiore l’uomo, oltre a vedere se stesso per giudicare i propri pensieri e atti, penetra in un mondo soprasensibile sbarrato all’occhio del corpo, percepisce le verità eterne, ne acquisisce la conoscenza, partecipa alla divinità. Nessun ostacolo può fermare la sua potenza, figuriamoci un copricapo posto a celare lo sguardo che, anzi, protegge, incita e acutizza una visione dichiaratamente senza limiti.
Il Silenzio (una donna?) è la conseguenza logica di simile introspezione perché la figura potrebbe di certo colpire con una museruola che è un’ascia affilata, urlare a piena voce, tuttavia si dispone soprattutto degli strumenti per difendersi se dovesse essere attaccata nella propria coscienza. Questo perché mai l’uomo possiede se stesso se non attraverso il silenzio. In altri termini quando il parlare, lo scrivere e il comunicare sono sotto il controllo delle leggi di mercato e il proprio e l’altrui pensiero diventano inevitabilmente merce si può soltanto comunicare e pensare, fare nel nostro caso arte, tacendo. Badiamo bene, inoltre, che il messaggio insito nella rivelazione è individuale: per udirlo appieno l’artista deve chiudersi nella meditazione - tema affrontato da Artemio, insieme a quello dell’introspezione, nel 2002 - e nella solitudine.
Ciò che affascina nel Silenzio sono tuttavia gli occhi dolcissimi, vivi, di uno sguardo intenso che contrastano con la durezza della museruola e attraverso cui, se riuscissimo a decifrare il suo alfabeto segreto, la figura potrebbe comunicare con noi. Ovviamente questi sono gli occhi dell’anima, quelli di cui già parla Plinio che scrive “Certo, è negli occhi che abita l’anima. É con l’anima che vediamo, con l’anima che distinguiamo; gli occhi, simili a dei canali, ricevono il suo potere visivo e lo trasmettono”. L’anima si rivela in essi come attraverso una finestra, vi si riflette come in uno specchio per manifestare i propri sentimenti, dai più dolci ai più violenti, e le proprie facoltà: quelle dello spirito, dell’intelligenza, del pensiero, dell’intuizione, della fede, della purezza e della semplicità del cuore. D’altronde Artemio ha sempre cercato gli occhi, le anime dunque, fin dai dipinti - in uno in particolare, dei primi anni ‘80, un’anima materializzata in figura spettrale è posta vicino ad un elmo vuoto - ma anche nelle fotografie che l’artista ha dedicato alle maschere del carnevale di Venezia dove, piuttosto che la bellezza sontuosa delle vesti, c’è la spasmodica ricerca degli occhi, delle forze vitali sostenenti quei pesanti costumi paragonabili, nella scultura del Nostro, al blocco che avviluppa l’immagine.
Lo Sguardo ed il Silenzio, facce di una stessa medaglia, diventano così impassibili custodi del fare arte di Artemio, guardiani della verità dell’artista, veri e propri monumenti all’interiorità del Nostro fatta, come vedremo, di periodi chiusi e di periodi aperti. É allo stesso tempo generalizzata difesa dell’arte nei confronti di un sistema che ha ridotto l’opera ad oggetto, ornamentale, di mercato e l’esecutore in mestierante al servizio di galleristi.
In questa estenuante lotta difensiva è normale poi che possa capitare di sentire gli spuntoni del Silenzio, di toccare gli oggetti, le sculture del nostro parlare. Ciò porta a farci una domanda ben precisa: come si può definire fondamentalmente la scultura?
La scultura nel suo significato più puro è bisogno di toccare e, a differenza della pittura o di qualsiasi altra forma d’arte risultante inconcepibile senza la vista, può essere benissimo “guardata” con le mani, elaborata tramite il tatto. Non a caso Artemio, uno scultore, reputa fondamentale simile discorso cercando di trasferirlo anche al fruitore ormai impaurito di avvicinarsi all’opera, condizionato da restrizioni che hanno fatto divenire l’arte, strappata dal suo ruolo di elemento caratterizzante società in cui identificarsi, prezioso simulacro di contemplazione visiva.
Ad insaporire la visione delle opere del Nostro sono quindi infiniti giochi tattili che nei piccoli lavori si traducono in una modellazione essenzialmente scabra, in quelli grandi in un susseguirsi variegato di superfici lisce, punzonate, scalpellate grossolanamente, tondeggianti, spigolose e acuminate. Così, afferrando ad esempio lo Sguardo a piene mani, sentiremo a partire dall’alto un piccolo ammaccamento posto a smorzare la punta del copricapo. Scendendo, guidati dalla linea tagliente che suddivide l’elemento di copertura, le mani sfioreranno poi una superficie punzonata fino ad arrivare al viso. Dopo aver “conosciuto” la fisionomia della figura, di perfezione chirurgica, il percorso continuerà in basso con un ricciolo protratto verso di noi, elemento quest’ultimo che ci induce ad applicarci in una piacevole roteazione delle dita. Subito sotto uno spuntone chiuderà il gioco, divenuto eccitante, con una sensazione completamente diversa. Ma identiche percezioni possiamo provarle anche in un’opera, assolutamente non figurativa al contrario dello Sguardo, in cui Artemio porta ai limiti più estremi il concetto di toccare. Parlo di quell’oggetto mistico, puro strumento dei sensi, che è Senza titolo del 2002. Entrambe le sculture, Sguardo e Senza titolo, presentano particolari spigolosi, superfici ricche di punzonature (Sguardo) o scalpellature (Senza titolo) e spuntoni; entrambe portano a fare gli stessi movimenti circolari per sentire completamente l’opera fino a piccarsi di essa.
Sulla questione va detto inoltre che il bisogno di toccare è il primo istinto di un bambino piuttosto che il vedere. Così in Madre forte (2005) una madre con i piedi ben piantati a terra tiene le braccia di suo figlio che sta per lanciare verso la vita, la gioia di possedere una sostanza da plasmare e vivificare con le mani. Il bambino, in questo caso, potrebbe essere identificato in un futuro scultore, la madre nella personificazione dell’arte, retta e impassibile a segnalare la compostezza, il rigore necessario in un mestiere in cui non possono permettersi pentimenti, errori di sorta come far saltare il ricciolo sul collare dello Sguardo.
Madre forte porta a precisare che la diffusione del messaggio di Artemio è affidato ad un mondo di figure nude, pura verità, in cui l’elemento femminile prevale ed è pressoché sempre irrobustito da una componente maschile per generare, appunto, donne forti. Questo perché Artemio ama profondamente le donne, nutre forte rispetto per loro e sente il peso degli stereotipi che le ha forgiate, allenate ad affrontare la vita con l’ulteriore responsabilità della maternità fatta di gioia e di dolore, di quelle emozioni vissute anche dall’artista nell’atto del processo creativo.
Su tale filone nasce la Sfida (2002) che ci apre al tema della piramide. Attraverso la piramide, un altro oggetto appuntito dunque induttore di sensazioni, Artemio vuol far soprattutto percepire le secolari sofferenze patite dalla donna che, non a caso, vanno a conficcarsi proprio nella vagina, il simbolo del peccato, della procreazione, causa di persecuzioni in virtù del potere temibile racchiuso in essa. La donna, badiamo bene uno Sguardo come lo è la protagonista di Madre forte, non soffre tuttavia, anzi vibra fiera nell’aria spingendosi sulla piramide a dimostrare la propria forza, la capacità di poter sfidare quell’oggetto-concetto. Ad incitarla sono Eva la peccatrice e Camille Claudel (1864-1943), la scultrice tanto apprezzata da Artemio, vittima dei suoi familiari e del grande Rodin di cui era ispiratrice, amante, collaboratrice, che fu emarginata in un manicomio perché ossessionata dal suo grande amore Auguste e dalla scultura, un mestiere creduto convenevole soltanto per gli uomini. Unita è anche l’ispirazione creativa volta a persuadere lo Sguardo, il quale si prepara a generare arte allenandosi in esercizi con le braccia, a non scomporsi, a non farsi confondere da quell’ammasso in cui sono contenute, secondo un’ulteriore lettura dell’opera, tutte le problematiche che l’artista deve affrontare per difendere la propria identità, il proprio ruolo sociale. La piramide, in seguito, è divenuta un elemento importantissimo nel catalogo di Artemio. Si ritroverà più volte in terracotta con figure, dei torsi femminili, che si aggrappano, dominano l’oggetto in un amplesso amoroso, fino al 2007 quando arriviamo a Pandora in cui una donna, colei che presiede alla fecondità ugualmente al mito greco che dà il titolo all’opera, viene infilzata da una piramide divenuta di dimensioni enormi. Il distacco, visto che la figura sta per lanciarsi nell’aria, potrebbe comunque essere imminente lasciando isolata la piramide, scoperta come il vaso di Pandora da cui si propagano le sciagure destinate al genere umano.
La donna di Artemio è pertanto soprattutto forte, assumente un aspetto androgino ed ecco Bia (2001) figlia, anche se in alcuni casi viene vista come uomo, di Stige e Pallante. Essa, fedele guardia del corpo di Zeus il quale gli ordinò d’incatenare Prometeo sul Caucaso, rappresenta la potenza e la violenza. Allo stesso tempo la figura della donna eroica, che non poteva non trovare un ulteriore affondo nella mitologia, si incarna nella fiera Menippe (2007) figlia di Orione e sorella di Metioche. La leggenda vuole che allo scatenarsi di una terribile pestilenza in Beozia Menippe, insieme alla sorella, si offrì in sacrificio agli dei. Per il suo altruismo fu trasformata in una cometa e, in effetti, Artemio descrive tale metamorfosi nella lavorazione della chioma della protagonista, quasi un copricapo, fatta per larghe masse squadrate. Qui accenni di capigliatura, vere e proprie scalfiture sul legno, alludono a comete, costellazioni, all’universo in cui si trova a far parte Menippe.
Indubbiamente nella formulazione di simile gusto per la morfologia del corpo umano, di retaggio classico o michelangiolesco, ha avuto un ruolo rilevante il fotografo statunitense Robert Mapplethorpe (1946-1989) cui Artemio inizia a dedicare specifiche opere (“omaggi”), catturate dagli scatti dello stesso Mapplethorpe, nel 2005 (anticipazioni si trovano comunque nel 2004 con il Torso femminile in terracotta). Mappletorpe: l’autore con cui bisogna superare il concetto di sessualità rigidamente definita e abituarsi a delle pluralità che convivono nello stesso corpo, l’amante dei soggetti maschili muscolosi ma anche delle donne come Lisa Lyon, musa ispiratrice, che incarnava l’ideale androgino dotato insieme di energia maschile e grazia femminile. Non a caso Artemio è rimasto molto affascinato dalla Lyon (bronzetti e l’appena citato Torso femminile), ispirandosi anche a personaggi maschili black portati nel tutto tondo (Vaso di fiori, dai modelli Derrick Cross e Donald Cann) o nel bassorilievo (Nudo di schiena, dal modello Derrick Cross) dove i muscoli, solchi in cui far scorrere il sangue e vibrare la luce, sono scavati dalle dita del Nostro. In pratica Artemio, il quale è anche fotografo come abbiamo accennato all’inizio, ha dunque dato vita con le mani a ciò che l’americano non ha osato affrontare se non con gli occhi.
In seguito al 1999 i temi dello Sguardo e del Silenzio continueranno anche con esempi in terracotta come lo Sguardo del 2000, che rappresenta la prima terracotta per di più patinata, ed il Silenzio del 2004, una scultura questa molto sofferta in cui il Nostro, fornendo senso ad una creazione che non si è rivelata da un blocco di pietra bensì si è modellata aggiungendo materia, è intervenuto pesantemente dopo la cottura. La profonda levigazione e la patinatura applicata utilizzando la fiamma ossidrica, infatti, hanno voluto quasi risarcire, cicatrizzare, una ferita al proprio modo di rappresentare la verità.
Artemio vuol dire però soprattutto Sguardo, un simbolo, un modello che dal 2002 indosserà generalmente, eccettuati rari casi in cui si riveste del rigido cappuccio, un vero e proprio elmo.
Principiano così nel 2002, sulla falsariga dello Sguardo, i temi del Guerriero e del Guardiano, figure distinguibili tra di loro per la foggia dei copricapo che ora diventano chiaramente degli elmi, cui nel primo è aggiunta anche la maglia metallica per fronteggiare meglio gli attacchi provenienti dall’esterno. Il Guerriero ed il Guardiano, esseri sempre androgini, sono messi a proteggere, nascondendola, la nostra interiorità da altre visioni, da altri sguardi.
Alcune volte questo nascondersi assume titoli diversi ma sempre di identico significato come La Velata (2002), in altri casi si accompagna ad una riflessione sulla corruttibilità della visione. Con Ate (2001), la dea greca dell’illusione e dell’accecamento, Artemio riflette ad esempio sulla superbia dell’uomo che porta a non vedere i propri limiti, a non scorgere il vero. Ecco perché la testa della protagonista è agitata, scomposta.
Nel 2000, accennando al movimento, lo Sguardo si solleva completamente a figura intera. Nasce Languore che preannuncia Luce dei miei occhi (2003), opera quest’ultima dal titolo significativo perché concerne quell’illuminazione interiore, proveniente dalla nostra coscienza, di cui abbiamo parlato introducendoci allo Sguardo. Luce è una scultura impegnativa in cui Artemio, grazie alla lavorazione sul grande formato, dà sfoggio delle proprie capacità tecniche, è un’opera che andrebbe toccata appieno lambendo i suoi seni, le sue mani, la sua giugulare, tutti particolari ben definiti, che si sentono pienamente.
Dopo aver provato l’ebbrezza di essersi alzato lo Sguardo si pone in ginocchio ne La calda amante (gesso nel 2001 poi bronzo nel 2007), archetipo di una lunga serie di opere dal titolo Piccolo Sguardo (o Nudo in ginocchio) che sono state realizzate, sia in terracotta che in bronzo, fino a tempi recenti. Sempre lo Sguardo implode altresì in se stesso con Raccoglimento (gesso, 2001), figura caratterizzata da un elmo che nasconde interamente la testa come era avvenuto in arcaici legni licenziati nel 2000. Raccoglimento, ossia l’estremizzazione dell’analisi interiore di cui si fanno carico lo Sguardo ed il Silenzio, apre un periodo morfologicamente chiuso i cui strascichi si sentono tutt’oggi. Nel contempo il soggetto, trasformato anche in Introspezione, inaugura una vasta produzione di sculture in bronzo (tecnica che Artemio aveva sperimentato nel 2000 per il Busto di don Giovanni Carboni) venute rapidamente alla luce perché il Nostro, grazie alla malleabilità offerta dalla cera con cui sono preparati i modelli da fondere, ha trovato il gusto irrefrenabile di applicarsi a nuove pose o sperimentazioni tecniche. Tra queste gli elmi lucidati a specchio (presenti nella terza serie di bronzetti del 2002) per scacciare, riflettere qualsiasi pensiero proveniente dall’esterno, anche quelli che, intrappolati dalle punzonature del suo copricapo, potevano essere accolti seppur con fatica dal primo Sguardo.
Nel 2003 nasce comunque Donna che cammina, la prima scultura veramente in movimento di Artemio e, importante, liberata dai mascheramenti. Con essa si ritorna alla luce, ad un contatto con l’esterno, a cercare un dialogo che si era spezzato tra l’artista ed il mondo circostante. Le figure, con o senza elmo, si presentano ormai in belle pose strutturalmente aperte, in equilibrio sui cigli dei muri (Equilibrio), su punte di coni (Indifferenza), sono sedute su poltrone, sdraiate, corrono (Nel Vento), saltano (Il Salto), fanno le capriole, giochi acrobatici (Contorsionista), danzano (Danza). Sono donne essenzialmente libere come Azzurra (bronzetto nel 2004 trasposto in grandi dimensioni nel 2006 con l’aggiunta della benda sugli occhi), ci mostrano infiniti tipi di capigliature lisce, mosse, fermate a coda, a treccia (in pratica superfici diversificate che offrono svariate sensazioni tattili), sederi pronunciati, seni prosperosi che ci invitano a toccare per stabilire un contatto, si toccano loro stesse, si masturbano (Toccarsi) di certo più dichiaratamente di come era stato concepito in Pudore, giocano con il proprio corpo in una situazione di autoerotismo che affonda nella mente di ognuno di noi, è stimolato da pensieri come quello che inquieta la protagonista de La Palla (2004). Se non siamo capaci a conoscerci in questo modo sono poi le medesime figure, gli Sguardi, che ci insegnano a farlo attraverso le coppie, tipo Gioco o Amiche, concepite a partire dal 2003. L’ultima coppia è Comunicare del 2006 dove abbiamo uno Sguardo ed un Silenzio che, appunto, comunicano tra di loro come Amore e Psiche attraverso il corpo nudo, la verità, in un sofisticato incrociarsi di gesti. Nell’opera lo Sguardo prende da dietro il Silenzio ma rimane distaccato, significativamente le figure non si guardano, non ce ne sarebbe il bisogno.
Tra il 2006 e il 2007 l’uomo è finalmente unito alla donna ne il Bacio ed Abbraccio. In entrambe le opere trasuda dolcezza, si sente una riappacificazione tra due anime ritrovatesi, aggrappate strettamente l’una con l’altra. Tuttavia in Enigma, una delle ultimissime sculture realizzate da Artemio (parliamo di giugno 2007), la donna balza in piedi per dominare dall’alto il suo compagno afferrandolo per i capelli, si fa sentire, esige di sapere se in questo mondo sia ancora il caso di procreare. A simile domanda, principio di un vero e proprio enigma, che risposta sarà fornita?